sabato 8 novembre 2014

La fine dell'euro si avvicina: che non sia un nuovo 1992...

 

Se saranno Visco o Draghi a gestire il post-euro continueranno a consegnare le chiavi del paese alla Troika




Prima Die Welt, poi The Spectator. La stampa internazionale rileva le condizioni di insostenibilità dell’euro per l’Italia. I mercati a quanto pare stanno mandando un avvertimento, e l’epilogo di questo esperimento disastroso dell’unione monetaria, dal punto di vista economico e sociale, probabilmente giungerà al termine. 
 
Non esiste un parametro per misurare la disperazione e i danni che la disoccupazione crea nel tessuto sociale, ma ci sono le fredde cifre che abbiamo spesso elencato per dimostrare che non si avrà alcuna inversione di tendenza, ma la deflazione peggiorerà ancora di più. L’euro è stato costruito per non funzionare, è un edificio senza fondamenta, un palcoscenico senza impalcatura. Mundell, l’economista che teorizzò la teoria  dell’ Area Valutaria Ottimale, individuava due condizioni fondamentali per rendere sostenibile un’unione valutaria: una banca centrale prestatrice di ultima istanza e un trasferimento di fondi dei paesi in surplus nella bilancia dei pagamenti. 
 
Sia l’una che l’altra condizione non sono state rispettate, la Banca Centrale Europea, partecipata a maggioranza dalla Bundesbank, è l’unico caso di banca centrale al mondo che non garantisce il pagamento del debito pubblico degli stati membri, e per quanto riguarda la seconda condizione, la Germania di Frau Merkel non sembra intenzionata a trasferire alcunché, ma domanda ancora più austerità agli altri paesi intimandogli di non superare i limiti di deficit prescritti. 
 
Ecco che ci troviamo in una fase in cui, il crollo dell’unione monetaria si avvicina e dall’ordine di eventi che si susseguono in fretta, possiamo intuire che non sarà un’uscita pianificata da un governo che abbia intenzione di uscire sotto nuovi auspici, cambiando politica economica e sfruttando i vantaggi che una valuta sovrana concede. Il precedente che può aiutarci a comprendere come effettivamente queste transizioni vengano gestite, è quello dello SME nel 1992. Lo SME era un accordo di cambi fissi entrato in vigore nel 1979, che consentiva una flessibilità valutaria della lira fino al 6% in rapporto all’ECU. Dopo numerose speculazioni da parte della finanza internazionale, il mantenimento della parità valutaria era divenuto insostenibile per l’Italia e nel 1992 si annunciò l’uscita. 
 
L’uscita dallo SME non fu gestita da un governo eletto dalle urne, ma dal Governo Amato, il primo di una serie di governi tecnici  a cui saranno affidate le leve del comando e di cui ancora oggi molti si ricordano il prelievo forzoso sui conti correnti bancari. Il’92 è un anno particolare, la storia del Paese è attraversata da una catena di eventi che ne cambiano inevitabilmente il decorso, e da quel momento in poi entriamo in una fase nuova, in un sistema economico e giuridico incompatibile con la Costituzione. Il Trattato di Maastricht firmato in quell’anno, ricalca un’impostazione  ordoliberista, parole nuove come “concorrenza” e “libero mercato” entrano a far parte del vocabolario economico, e l’interventismo dello Stato sarà sostituito e sanzionato da una normativa europea che sanziona gli “aiuti di Stato”. Lo Stato secondo la dottrina liberista, non deve aiutare ma limitarsi ad essere spettatore, il suo intervento è richiesto solo per socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Questo cambio epocale è stato gestito da una tecnocrazia, sempre con una formula, che un’espressione anglosassone efficace  definisce TINA, ovvero there is no alternative, non c’è alternativa. 
 
Si deve accettare una soluzione imposta da organismi sovranazionali, la possibilità di dibattito e di arbitrio sulla convenienza o meno di questi cambiamenti non è contemplata. Gli artefici di questo cambiamento ovviamente ignorano di ricordare che sono stati loro ad avvelenare il pozzo, a compromettere la stabilità dell’edificio. Se provate ad abbattere le colonne portanti di un edificio, questo irrimediabilmente crollerà. I costruttori della globalizzazione hanno portato a compimento lo stesso processo. Sono entrati dentro l’edificio stabile e sano, ne hanno abbattuto le colonne e dopo sono usciti dicendo che era necessario cambiare il progetto e costruire un nuovo edificio. 
 
Lo SME, il divorzio Tesoro-Bankitalia, il Trattato di Maastricht sono le fondamenta di un progetto che sta per implodere nuovamente. Il Governo Amato in quell’anno distrusse lo Stato imprenditore, svendette le partecipazioni statali e la finanza si arricchì comprando i gioielli di famiglia per poche lire. La fine dell’Euro oggi appare più vicina, ma questa transizione forse sarà utilizzata per instaurare un nuovo sistema sociale ed economico, ancora più restrittivo e recessivo di quello attuale. I nomi del successore di Renzi, vanno da Visco a Draghi, ma la differenza è poca, chiunque siederà sulla poltrona di Palazzo Chigi avrà solo il compito di consegnare le chiavi della nazione al triumvirato tecnocratico della BCE, del FMI e della Commissione Europea e limitarsi a smantellare quelle parti di stato sociale, sempre più residue, rimaste in piedi. Ecco le ragioni dei segnali dei mercati e della stampa internazionale sulla possibilità di un’uscita prossima dell’Italia dall’euro, che con ogni probabilità sarà nelle mani degli stessi protagonisti che ce l’hanno fatta entrare. La storia non cambia, non ci sono eletti che decidono, ma esecutori delle tecnocrazie.

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