mercoledì 12 novembre 2014

L’uomo che volle farsi Re





Con Napolitano la parte nota come “costituzione economica” che mediava tra stato e mercato è stata sepolta



Molto è stato detto sulla figura di Giorgio Napolitano, del quale si è tornato prepotentemente a parlare in questi giorni, dopo l’ipotesi rimbalzata sulla carta stampata di dimissioni a gennaio, ponendo fine anticipatamente al suo mandato. Il ruolo di Napolitano nel determinare la storia recente dell’Italia è stato determinante e ha fatto discutere animatamente costituzionalisti e giuristi sulle posizioni e gli atti assunti dall’inquilino del Quirinale, che secondo l’interpretazione di alcuni analisti e costituzionalisti avrebbe traghettato l’Italia in nuovo sistema costituzionale, con le figure  del Capo dello Stato e Capo del Governo che si sono fuse indistintamente, senza che questa nuova figura introdotta da Napolitano godesse di un’investitura popolare. 
 
Senza Napolitano, non sarebbe stato possibile nominare Monti primo ministro, né tantomeno nominarlo senatore a vita. E' stato determinante per aprire le porte alla tecnocrazia europea. Se le ricostruzioni recenti, che ipotizzano un intervento diretto da parte di Napolitano già nell’estate del 2011 per procedere alla nomina di Mario Monti, quando in quel momento era al potere un governo nominato dalle urne, allora le attribuzioni costituzionali conferite al Capo dello Stato sarebbero state spezzate, irrimediabilmente piegate per asservire interessi sovranazionali. L’Euro, l’UE, la struttura gerarchica della Commissione Europea di Bruxelles, non sono altro che strumenti per trasferire poteri decisionali in sedi remote e di cui non si conoscono appieno i meccanismi, dove questi stessi centri di potere sono esecutori di una politica neoliberista, figlia del There is No Alternative e del pensiero unico, il cui unico scopo è trasformare gli stati sociali delle democrazie costituzionali in stati minimi sul modello di von Hayek.
 
Se l’attacco alla sovranità dello Stato italiano è riuscito pienamente, è stato grazie agli uomini delle istituzioni che scelleratamente hanno permesso la violazione della Carta e la decostruzione pianificata di decenni di conquiste sul piano del lavoro. Il “vincolo esterno” trova la sua giustificazione nell’incapacità della classe dirigente di saper gestire con trasparenza la cosa pubblica, ma la corruzione è stata la cartina di tornasole per cedere e trasferire i poteri alle facce austere e spesso rancorose dei burocrati europei.
 
Giorgio Napolitano in questo, rappresenta al meglio, il cavallo di troia dell’eurismo e della logica spesso ripetuta dell’“indietro non si torna”, come se l’unione monetaria e la globalizzazione che mira alla deflazione dei salari, fossero processi irreversibili. Spesso abbiamo sentito aspre critiche del Capo dello Stato contro chi non vuole piegarsi alle dinamiche sovranazionali, che agiscono senza alcuna legittimazione popolare. L’intera idea di integrazione nasce negli anni’50 e gli ideatori della globalizzazione hanno agito sempre con un unico obbiettivo; quello di accentrare i poteri degli stati nazione, considerati ingombranti e obsoleti per la costruzione di una società senza stato, ovvero una società senza garanzie dove le logiche di mercato sono preminenti e possono determinare il destino di un popolo, condannandolo agli stenti.
 
L’equilibrio costituzionale è stato spezzato, e la parte nota come “ costituzione economica” che mediava tra stato e mercato è stata sepolta, lasciando spazio alla logica della concorrenza perfetta, che altro non è che un oligopolio dominante sui servizi pubblici. Napolitano ha fatto propria questa logica, l’ha propugnata al popolo italiano per descriverlo come un insieme di cittadini che hanno vissuto “ al di sopra delle proprie possibilità”, oltraggiando i sacrifici e gli sforzi di chi ha costruito il Paese e lo ha reso una nazione civile. Un Presidente con queste caratteristiche, forse non era immaginabile nei pensieri dei padri costituenti, che dibattendo a lungo sulle funzioni e sul ruolo del Capo dello Stato hanno preso in considerazione forme e modi diversi di elezioni.

L’Onorevole Bozzi , membro della Commissione dei 75, nel dibattito in Assemblea Costituente, ipotizzava un presidente eletto con suffragio diretto per evitare una dipendenza diretta dalle Camere: “Creato un sistema che, sotto l'apparenza bicamerale, è nella sostanza un sistema unicamerale, il Capo dello Stato viene ad esser posto in una posizione di dipendenza dalla Camera. Questo rappresenta veramente un grave pericolo: siamo sul piano inclinato del regime di Assemblea, che è una delle forme dittatoriali più pericolose. Credo che dovremo rimeditare questo punto per giudicare se non sia preferibile che il Capo dello Stato venga eletto direttamente dal popolo. Si è detto, ed anch'io ho partecipato a questa opinione, che ciò potrebbe presentare un pericolo: l'investitura troppo vasta, troppo popolare, potrebbe dare al Capo dello Stato la sensazione di essere titolare di poteri personali. Pericolo, cioè, di dittatura. Ma credo che questo pericolo non esista. Non esiste se noi, come è e come ritengo debba rimanere, terremo distinte le funzioni di Capo dello Stato da quelle di Capo del Governo, e non faremo del Presidente della Repubblica anche un Cancelliere, secondo lo schema delle repubbliche presidenziali. Un pericolo di regime personale, dittatoriale, può esistere là dove nell'unica persona del Capo dello Stato si cumuli anche la funzione di Primo Ministro; ma dove c'è distinzione il pericolo non si presenta. Viceversa, si avrebbe il grande vantaggio di dare al Capo dello Stato una posizione di prestigio e di indipendenza, sicché egli potrà essere veramente il titolare di quella che è stata definita una potestà neutra, il grande moderatore dei supremi poteri.”  
 
La situazione immaginata dall’Onorevole Bozzi, si è verificata, con le due funzioni di Capo dello Stato e Capo di Governo che sono unite ormai dal presidenzialismo di Napolitano, con la variabile fondamentale della mancanza di suffragio diretto da parte del popolo. Un presidenzialismo de facto, che indirizza la vita politica del Paese da tempo ormai e che rimette in discussione l’opportunità di eleggere direttamente il Presidente, per staccarlo da una dipendenza troppo diretta dall’Assemblea parlamentare. La logica del vincolo esterno, ha reso di fatto, gli organismi costituzionali come il Parlamento e la Presidenza della Repubblica, gusci vuoti, esecutori del modello mercantilista, prono alle indicazioni degli organismi sovranazionali. Se dunque quel cordone di garanzia fondamentale che la prima carica dello Stato ricopriva è stato reciso, violando il ruolo di arbitro imparziale e garante dell’unità della nazione, con il superamento delle attribuzioni fondamentali e della prassi istituzionale della non rielezione, poiché nessun Presidente ha mai pensato di accettare un secondo mandato vista la lunghezza del settennato, sarà necessario ripartire da un’assemblea costituente che attribuisca più poteri al popolo evitando derive personalistiche, in ossequio a disegni di cessioni di sovranità politica, giuridica e monetaria.
 
Le parole dell’Onorevole Nitti nell’Assemblea Costituente, il quale proponeva un mandato più breve per il Presidente paventando il timore di un distacco dalla realtà popolare, riassumono lo spirito di una costituzione con il popolo protagonista:” Credo anche che la scelta del Presidente debba essere fatta in tal modo da dargli sempre la sensazione che il suo ufficio non è duraturo, perché soltanto questa sensazione lo avvicina alla realtà. Più si allontana il Presidente dalla realtà e meno opere compie.” Gli equilibri della Prima Repubblica che prevedevano un’alternanza costante tra maggioranza e opposizione nell’assegnazione del Quirinale, sono stati stravolti, come la prassi di affidare una delle due Camere all’opposizione per evitare squilibri e dare un peso troppo forte alla maggioranza.

Un nuovo processo di ricostruzione della forma e dell’organizzazione dovrà necessariamente passare per un coinvolgimento maggiore della consultazione popolare nella decisione del Presidente, e nella previsione di un referendum abrogativo anche per i Trattati internazionali ad oggi proibito dall’art. 75, poiché essi determinano e hanno determinato il destino del popolo ed è legittimo che i cittadini siano chiamati ad esprimersi a favore o contro la loro ratifica.  Se le dimissioni di Napolitano effettivamente avranno luogo, l’elezione del nuovo Presidente non cambierà poi molto ai fini del sistema politico e costituzionale, di fatto ci troviamo già in un presidenzialismo privo di suffragio, che obbedisce a precetti estranei alla Costituzione. Sarà opportuno costruire un nuovo sistema di legittimazione degli organi costituzionali per sanare quella frattura che si è creata nella storia recente.

Nel romanzo di Rudyard Kipling,” L’uomo che volle farsi Re”, il progonista Daniel Dravot, si fa credere fraudolentemente una divinità da un popolo primitivo, e quando l’impostore viene scoperto per quello che in realtà è, un semplice uomo, il popolo si ribellò. Il Re continua a fare la sua parte, e il soggetto che è assente, da troppo tempo ormai, è il popolo.
 

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