mercoledì 5 novembre 2014

Uscita dall'euro e controllo della Banca centrale: due concetti indissolubili

 

La strada da percorrere per ricostruire il sistema bancario esiste ed è scritta in Costituzione non a Bruxelles
 
 
 
 
 
Donato Menichella è forse un nome che a molti suonerà sconosciuto. Menichella è l’autore del Regio Decreto Legge 375/36, meglio noto come “legge bancaria” del 1936. Questo testo di legge ridisegnava le funzioni della banche e degli istituti di credito, stabilendo una separazione netta tra banca e impresa, con l’esplicita proibizione nell’effettuare operazioni di trading di titoli e di valute alla banche commerciali, che avevano il fine di erogare crediti alle imprese e tutelare il risparmio dei correntisti. Tra le novità più importanti del testo, vi è la trasformazione della Banca d’Italia in istituto di diritto pubblico, alla quale è affidata la vigilanza del sistema bancario e creditizio e viene ribadito il monopolio dell’emissione monetaria alla banca centrale, poiché negli anni addietro tale potere era stato concesso anche agli istituti di credito. 
 
L’aspetto da non trascurare è che le quote di Bankitalia, secondo la legge bancaria, possono essere partecipate da istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, casse di risparmio e enti previdenziali. Nel periodo storico che stiamo considerando fino ai primissimi anni’90, l’assetto del sistema bancario italiano era pubblico, con i sei principali istituti di credito di diritto pubblico che partecipavano la banca centrale, come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, il  Banco di Sardegna, il Monte dei Paschi di Siena, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e la Banca Nazionale del Lavoro insieme alle banche di interesse nazionale, la Banca Commerciale Italia, il  Credito Italiano, e il Banco di Roma partecipate dall’IRI, di proprietà dello Stato. 
 
Questo assetto proprietario consentiva allo Stato di detenere le quote di maggioranza della propria banca centrale e di effettuare un controllo più trasparente ed efficace vigilando sulla solvibilità e stabilità degli istituti di credito, e soprattutto consentiva alle autorità governative di determinare una politica monetaria che potesse essere più aderente alle esigenze di crescita del sistema economico italiano, con lo Stato che aveva il controllo della propria banca centrale. Abbiamo accennato sopra alla separazione tra banca e impresa, e nella fattispecie tra banche commerciali e banche d’investimento, un concetto già introdotto nel Glass-Steagall Act del 1933 separando nettamente le funzioni di tutela del risparmio e di erogazione del credito, da quelle di investimento e speculazione borsistica. 
 
Un “divorzio” benevolo che impedirà alle banche commerciali di detenere titoli finanziari speculativi, assicurando ai correntisti la stabilità dell’istituto. La stabilità di questo sistema sarà messa in discussione dalle direttive comunitarie degli anni’70 come la direttiva CEE N.780/1977 che toglierà alla Banca d’Italia il potere di regolare l’ingresso al mercato bancario, imponendole di garantire l’accesso alle imprese bancarie che presentino caratteristiche oggettive determinate dalla legge. In questo modo, termina la discrezionalità della banca centrale di far accedere taluni istituti di credito piuttosto che altri. Dagli anni’70 in poi stiamo già entrando nella fase in cui i poteri sovranazionali europei ridisegnano l’impianto giuridico ed economico dell’Italia. In questo delicato passaggio, si realizza il divorzio del 1981 tra Tesoro e Bankitalia, questo decisamente più dannoso, che toglierà ai poteri governativi la capacità di controllare la base monetaria e la monetizzazione dei titoli del debito pubblici. 
 
Sostanzialmente il divorzio riprende la teoria quantitativa della moneta di stampo neoliberista partorita dalla Scuola di Chicago, che vuole una relazione direttamente proporzionale tra la creazione (stampa) , della moneta e l’aumento dell’inflazione. La storia del debito pubblico italiano può essere fatta risalire a questo evento cruciale, non determinato con la legittimazione del Parlamento, ma deciso sulla base della volontà dei due protagonisti, Beniamino Andreatta ministro del Tesoro e Carlo Azeglio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia. Il controllo della banca centrale da parte del Tesoro obbligava Bankitalia a comprare i titoli emessi dal Tesoro al tasso di interesse prestabilito da esso. Con questa operazione, come è stato più volte ricordato, il debito pubblico rimaneva a livelli contenuti. 
 
La narrativa neoliberista identifica nell’inflazione il nemico da abbattere e quella sciagurata operazione in realtà non fece altro che gonfiare il debito dello Stato, nascondendo le reali cause dell’alta inflazione di quegli anni causata dagli shock petroliferi.  Difatti con questa operazione lo Stato non dispone del potere di indirizzo della sua banca centrale, sottraendogli un primo fondamentale strumento monetario ed economico. Il controllo della politica monetaria è perduto, e una seconda direttiva calata da Bruxelles aprirà le porte del sistema bancario italiano ai concorrenti stranieri, permettendo l’accesso e un’autorizzazione unica valida in tutti i paesi membri dell’allora CEE  per poter esercitare l’impresa bancaria. Se una banca straniera vuole aprire una filiale nel nostro paese, non sarà la Banca d’Italia a concedere l’autorizzazione per poterlo fare, ma la banca centrale del paese di origine, se si tratterà ad esempio di una banca francese sarà la Banque de France a rilasciare il permesso. 
 
In questo modo il sistema bancario italiano perde la capacità di controllo e di accesso sul proprio territorio, che aveva consentito una stabilità per molti anni. Il terreno per la nuova banca che vedrà la luce negli anni’90 è pronto e sarà una vecchia conoscenza della politica italiana a prepararlo, il Dottor Sottile ovvero Giuliano Amato, autore della legge n.218 del 30 luglio 1990, nota come “Legge Amato” , che riprendeva le disposizioni di Basilea I, elaborate dal Comitato di Basilea del 1988, e trasformerà i sei istituti di credito di diritto pubblico, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia,il  Banco di Sardegna, il Monte dei Paschi di Siena, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e la Banca Nazionale del Lavoro in società per azioni e fondazioni bancarie. La strada era così spianata alla successiva privatizzazione del sistema bancario italiano realizzata dal Testo Unico del 1993 concepito da Ciampi, che introdurrà il concetto di banca universale, una banca che tornerà ad avere le funzioni congiunte di banca commerciale e d’investimento che erano state separate negli anni passati per evitare una diversa funzione degli istituti di credito, sottratti al controllo pubblico e con scopi diversi. 
 
Non è più la tutela del risparmio e l’erogazione del credito lo scopo della banca, ma il profitto generato dalle speculazioni finanziarie, e la testimonianza diretta di questa operazione la possiamo vedere con Mps, per citare soltanto il caso più eclatante, che ha speculato con operazioni finanziarie attraverso i derivati, ed ora si trova esposta per centinaia di milioni di euro. Il modello di banca che è stato imposto dall’Europa non è più un sistema che mira alla tutela del risparmio e all’erogazione del credito alle piccole e medie imprese, ma è una banca finanziaria che mira al profitto speculativo attraverso operazioni di finanza e trading. Quelle stesse banche che oramai non sono più nel controllo della mano pubblica, posseggono il pacchetto di maggioranza della banca centrale, creando una situazione mai sanata nel ordinamento giuridico - economico di esclusione dello Stato nel controllo azionario della sua banca centrale.
 
Una situazione che avrebbe dovuto essere sanata dalle legge del 28 dicembre 2005,n.262 che prevedeva un trasferimento allo Stato delle quote di Banca d’Italia entro tre anni dall’approvazione della legge. Resta ancora irrisolta la questione Banca d’Italia, e nell’ottica di un’uscita dall’euro chiunque vorrà ricostruire un sistema economico demolito negli anni, dovrà ripartire dal controllo della banca centrale e dal tramonto della banca universale, che ha creato una finanziarizzazione dell'intero sistema. 
 
L’occasione per costruire una banca pubblica con finalità di erogazione del credito agevolato, potrebbe essere data da MPS e Carige, banche fortemente esposte, applicando l’art.43 della Costituzione, con la nazionalizzazione dei due istituti, partecipando gli utili e le perdite. La strada da percorrere per ricostruire l’economia esiste ed è scritta in Costituzione.

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